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Un palazzo storico a Palermo proiettato al futuro

In uno dei più bei palazzi nobiliari di Palermo, Palazzo Butera, affacciato sulla famosa via Kalsa, da un paio di anni trova spazio un ambizioso progetto/laboratorio sulla identità europea, che usa l’arte come leva e come stimolo.  Acquistato nel 2016 da Massimo e Francesca Valsecchi, il palazzo ha ospitato i viaggiatori del Grand Tour, re d’Europa, Nelson e Guglielmo II ed è stato oggetto, dal momento dell’acquisizione, di un complesso restauro coordinato dai nuovi proprietari: un intervento integrale, strutturale e artistico, e un progetto architettonico e museografico, con l’intenzione di aprire il bene monumentale alla fruizione pubblica.

I lavori sono ancora in corso, ma alcuni ambienti del palazzo sono stati inaugurati in occasione di Manifesta 2018. Al termine del progetto di recupero, il palazzo diventerà un laboratorio aperto alla città, che utilizzerà la storia, la cultura, la scienza e l’arte come catalizzatori di sviluppo sociale. Al piano terra, ci sarà una biblioteca di consultazione, spazi per le esposizioni temporanee e per le attività didattiche rivolte agli studenti delle scuole e delle università. Il primo piano rimarrà di fruizione privata e verrà sviluppato un progetto di casa-museo, mentre il secondo piano nobile sarà aperto al pubblico. Artisti, curatori e personalità della cultura potranno essere ospitati nella foresteria, dove potranno lavorare a progetti di ricerca per le mostre e le attività che si tengono nel palazzo.

Le collezioni d’arte di Massimo Valsecchi e Francesca Frua De Angeli, che troveranno posto a palazzo, attualmente in gran parte si trovano in prestito al Fitzwilliam Museum di Cambridge e all’Ashmolean Museum di Oxford. Le raccolte rappresentano i vertici della produzione artistica di diverse epoche storiche e di varie culture, anche con finalità educative e per comprendere le differenze culturali.

Massimo Valsecchi, ex broker e docente di storia del design industriale, ha dichiarato “Vorrei che Palazzo Butera diventasse un punto di contatto tra Palermo e l’estero, una cosa che adesso non c’è”. Insiste sullo spazio aperto, sul coinvolgimento della città e dell’università. Obiettivo è generare innovazione sociale attraverso l’arte, la storia, la cultura. Una delle idee, ad esempio, è creare una scuola per tappezzieri. L’incontro di culture ha a che fare con il tema dell’immigrazione: “Ho scelto Palermo per questo. L’immigrazione è un problema che non si risolve, i siciliani lo gestiscono da secoli, hanno l’accoglienza nel Dna, sono una sovrapposizione, una sovrapproduzione di culture, dai fenici alle decine di lingue che oggi si sentono parlare a Ballarò”. Con la vendita per venti milioni di euro di un solo dipinto, “Versammlung”, di Gerhard Richter, Valsecchi è quasi riuscito a finanziare l’intera operazione di restauro di Palazzo Butera.

Marco Giammona, coordinatore generale dei lavori di restauro, ha detto ad Artribune: “Dopo avere ospitato un ufficio regionale e un istituto scolastico, negli ultimi decenni il palazzo è stato utilizzato come sala ricevimenti, usi che hanno portato alla formazione di stratificazioni e a manomissioni che hanno alterato la struttura originaria dell’edificio. L’eliminazione di queste stratificazioni è stata tra gli step fondamentali del restauro. I lavori sono stati condotti da oltre un centinaio di operai che hanno lavorato sotto l’attenzione e il grande senso estetico del committente, insieme a una squadra di architetti, ingegneri, geometri, artigiani. Sono stati fatti anche interventi contemporanei che assolvono alla nuova destinazione d’uso del palazzo, ovvero un tempio della bellezza che Valsecchi metterà a disposizione del pubblico”.

Infine: «Le tre bandiere che chiudono i pannelli sul lato, senza retorica, che scendono non sbandierate, con semplice gestualità all’angolo, come fossero un getto di colore, come se fossero fiori. Penso che le bandiere hanno anche in questo caso, come i fiori che ha usato in certi lavori e sulla scena in teatro, un significato di nobile lutto. Ha voluto essere estremamente sobrio perché ha sempre tenuto ferma in mente l’occasione per la quale stava lavorando e il grande rispetto per i tre professori a cui era dedicato questo suo “affresco”. Non ha mai derogato a questa regola, ed ogni volta che ha partecipato ad una commemorazione ci si è avvicinato con grande delicatezza. Lo fece per il pittore Mario Mafai che fu un suo professore e per il quale gli fu chiesto di collaborare ad una mostra. Fece un semplice gesto, mise al muro una serie delle sue lamiere di ferro con delle mensole nude sulle quale appoggiò semplicemente, uno accanto all’altro, i quadri di Mafai, come prenderlo in braccio e nient’altro. Mafai diceva che la sua era una generazione del “dopo- dopoguerra“ e Jannis ne condivideva lo spirito, per questo il suo frammento nasce necessariamente dopo una tragedia, ma ha un compito positivo, è innamorato del frammento che restituisce in un attimo il sapore di un’unità perduta e ne conserva in seme le regole della ricostruzione».

 

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